SUL MONTE CENGIO, TRA GALLERIE E TRINCEE

Sentiero facile e non eccessivamente lungo ma spettacolare sia per i panorami a strapiombo sulla Val d’Astico, sia per le opere della Grande Guerra, l’itinenario si sviluppa per circa 6 chilometri tra gallerie (torcia elettrica utile), trincee e punti di osservazione.

Punto di partenza del sentiero dal Piazzale Principe del Piemonte, quota 1286, si arriva in auto dall’autostrada della Valdastico ultima uscita Piovene Rocchetta, si segue per Asiago SS 349 sino a quasi al termine dove in vista della locanda “Ai Granatieri” si volta a sinistra (indicazioni Monte Cengio). Dal Piazzale si prende il sentiero a sinistra, vi sono anche dei cartelli esplicativi, da qui si percorre una mulattiera di arroccamento, chiamata “la Granatiera” che porta, sempre in zona protetta dai tiri dell’artiglieria austriaca in 4 chilometri a quota 1347 attraverso gallerie, trincee e postazioni, tra cui il “salto del granatiere”. Si attraversa poi una grandiosa opera la c.d. Galleria Comando e si sbuca sul Piazzale Pennella (intitolato al Generale che comandava il settore), per salire poi alla cima vera e propria a quota 1347. Da qui si scende alla chiesetta, si passa dal Rifugio al Granatiere (possibilità di pranzare, meglio prenotare) e poi seguendo la strada asfaltata si ritorna al Piazzale Principe di Piemonte dove si erano lasciate le auto.

L'itinerario può essere affrontato durante tutto l'anno, ma attenzione durante la stagione invernale, quando neve e ghiaccio possono rendere il cammino più difficoltoso e instabile, meglio comunque optare da fine aprile in poi.

Info utili sul percorso: Partenza: Piazzale Principe di Piemonte, Tresché Conca Dislivello: 300 metri Altitudine min: 1.286 m slm Altitudine Max: 1.348 m slm Lunghezza: 6 Km (Andata e ritorno)

Nel pomeriggio dopo il pranzo al Rifugio al Granatiere, si ridiscende sulla SS 349 e si può proseguire verso Asiago per una prima sosta a Canove di Roana per visitare l’interessante Museo della Grande Guerra.

Orari 1/1 – 15/7 e 15/9 – 31/12 dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 14:30 alle 17:30 – 15/7 – 15/9 dalle 10 alle 12 e 14/19

Esaurita la visita al museo, si può proseguire per pochi chilometri sino ad Asiago per una visita al Sacrario del Leiten ed alla cittadina.

SACRARIO 9/12 – 14/17

Disponendo di 2 giorni si può pernottare ed il giorno seguente decidere tra vari percorsi: zona del Monte Zebio, Cima Ortigara, i Cimiteri Militari dell’Altipiano, la zona dei Castelloni di San Marco, ecc.

Ottimo albergo per pernottare: Albergo Ristorante Valbella Via Val Bella, 38, 36032 Gallio VI Telefono: 0424 445006

UN POCO DI STORIA

Il 15 maggio 1916, ad un anno dall'inizio della prima guerra mondiale, l'esercito austro-ungarico lanciò un'offensiva sugli altipiani trentini e veneti, meglio conosciuta come Strafexpedition, al fine di invadere la pianura padana e prendere alle spalle l'esercito italiano schierato sul Carso. Il 28 maggio 1916, dopo aver superato in ripetuti assalti le linee difensive italiane, i fanti imperiali entrarono ad Asiago e si prepararono ad affrontare l'ultimo baluardo montano a guardia della pianura vicentina: il pianoro del Monte Cengio.

Lo stesso giorno il Gen. Cadorna aveva inviato sull'Altipiano dei Sette Comuni la Brigata Granatieri di Sardegna, comandata dal Gen. Pennella, con il compito di fermare l'avanzata austriaca sulle ultime propaggini meridionali della montagna. I soldati italiani occuparono alcuni rilievi a nord (corona) del Cengio, Monte Barco, Monte Belmonte, quota 1152 di Cesuna, oltre naturalmente allo stesso sistema montoso del Cengio. Su queste posizioni combatterono per giorni senza cannoni, con poche munizioni e con scarse riserve di viveri ed acqua. Il 3 giugno 1916, dopo aver respinto per giorni i furiosi assalti degli austro-ungarici, subendo gravi perdite, i granatieri si trovarono circondati nelle trincee del Monte Cengio. Con un ultimo assalto, l'esercito imperiale conquistò la montagna, catturò ufficiali e semplici granatieri che non erano riusciti a sfuggire all'accerchiamento e che avevano tentato di resistere fino all'ultimo in trincea.

La strada che dalla ex stazione ferroviaria di Campiello congiunge ancora oggi la Val Canaglia con il Monte Cengio, era allora l'unica via carrozzabile utilizzata per il rifornimento di viveri e munizioni alle truppe in trincea. Il 2 giugno 1916, gli austriaci riuscirono ad attestarsi a ridosso di Monte Barco da dove con delle mitragliatrici opportunamente posizionate impedirono alla corvées di portare i rifornimenti ai granatieri e ai fanti impegnati nei combattimenti, di fatto isolandoli dal resto delle truppe italiane. Il 3 giugno, giorno dell'assalto finale, gli imperiali scesero nella Val Barchetto e assalirono l'ala destra della linea italiana, improvvisate trincee scavate sulle alture del Cengio, piegando la resistenza dei soldati del Regio Esercito.

Di circa 10.000 uomini che erano giunti ad Asiago, riuscirono a salvarsi in poco più di 1.000. Alla sera del 3 giugno il Monte Cengio era in mano austriaca, ma le perdite furono alte anche per gli imperiali e il sacrificio della Brigata Granatieri di Sardegna era riuscito a fermare per sempre la discesa in pianura dei fanti dell'Imperatore Francesco Giuseppe. Con i granatieri combatterono i fanti delle Brigate Catanzaro, Novara, Pescara e Modena.

Al termine della Strafexpedition, gli austriaci si ritirarono dai territori occupati e, il 24 giugno 1916, le truppe italiane ripresero possesso del Monte Cengio e di tutto il pianoro circostante fino alla Val d'Assa.

I comandi italiani decisero di predisporre una serie di opere difensive, articolate su tre successive linee: la linea di massima resistenza, la linea di resistenza ad oltranza, la linea di difesa marginale.

La "linea di massima resistenza" era formata da tanti piccoli posti di sorveglianza, situati in posizione avanzata sul ciglio della Val d'Assa, a guardia dei sentieri che dal fondo della valle risalivano gli scoscesi dirupi.

La "linea di resistenza ad oltranza", la più importante, era in realtà un sistema di postazioni difensive, unite tra loro da un unica lunga trincea, costruite proprio sulle quote dove i granatieri avevano combattuto per la difesa dell'Altopiano. Il Monte Cengio, il Monte barco, il Monte Belmonte, Monte Busibollo, Malga Ciaramella, divennero altrettanti fortini naturali che, supportandosi a vicenda, costituirono un complesso difensivo che, peraltro, non venne più direttamente interessato da vicende belliche. La Val Barchetto fu compresa nel sistema difensivo di Monte Barco e attraversata da un sistema difensivo che collegava il caposaldo di quota 1363 (a sinistra) con le trincee principali dello stesso Barco (a destra), lasciando peraltro libera la rotabile utile per il trasporto del materiale.

Infine, la "linea di difesa marginale", mai ultimata, costituiva l'ultima linea difensiva che, sfruttando le alture che delimitavano a sud l?altopiano di Asiago, doveva servire a fermare eventuali attacchi austriaci, nella probabilità che avessero ceduto le due altre linee di difesa.

Il settore di Monte Cengio, per la sua importanza e per la sua posizione, era compreso nella "linea di resistenza ad oltranza" e a sua volta contava sui suoi capisaldi difensivi delle quote 1363, 1312, 1351, 1356 e 1332, rilievi che si alzano sui dirupi della Val d'Astico. Per collegare tra loro i sistemi difensivi si costruì una mulatteira di arroccamento, in seguito denominata "La Granatiera" in onore del Corpo che qui difese la pianura veneta.

PIAZZALE PENNELLA

Aspirante Attilio Discepoli, ufficiale del I Battaglione Granatieri di Sardegna:

"Io mi trovavo proprio sotto i due pezzi di artiglieria; mi separava dalla loro piazzola situata innanzi alla caverna, alla fine della strada, uno strapiombo dell'altezza di 6 o 7 metri. Siccome non vi era affatto trincea, si cercò subito di improvvisare una specie di muricciolo con delle pietre trovate sul posto, essendo la natura del terreno rocciosa. Questo è stato l'unico riparo anche in seguito, non essendosi mai avuto neppure un filo di ferro con cui costruire una specie di reticolato ... Verso le ore una dopo mezzogiorno (3 giugno 1916), mentre era massima l'attenzione per scoprire il nemico, sento tutto ad un tratto a sinistra indietro, a breve distanza delle grida in lingua a me sconosciuta ... Nello stesso tempo mi rivolgo con la pistola in pugno e vedo quasi immediatamente spuntare al di sopra di me le teste di alcuni austriaci che si erano gettati a terra sulla strada, che era a picco sulla mia testa alla sinistra di 6/7 metri. Sparo due soli colpi con la pistola, mentre vedo affacciarsi delle altre teste, e sporgere punte di fucile che fanno fuoco e braccia che lanciano bombe a mano. Non passa però nemmeno mezzo minuto che vengo ferito da un colpo di pistola che mi spezza il braccio sinistro. In seguito alla ferita perdetti immediatamente conoscenza. Sentii confusamente ancora qualche colpo introno a me, poi delle grida, poi più niente".

Il piazzale antistante l'ingresso della galleria comando, oggi denominato Piazzale Pennella in onore del Comandante della Brigata Granatieri di Sardegna, costituì, durante la battaglia, il nodo centrale dell'intero fronte del Monte Cengio. Da qui, il 3 giugno 1916, il Comandante del IV Battaglione del I Reggimento Granatieri di Sardegna, Cap. Federico Morozzo della Rocca, nominato già dal 31 maggio comandante del settore del Monte Cengio, diresse la battaglia difensiva.

Nei giorni antecedenti lo scontro finale, mentre i comandi austriaci alternavano bombardamenti estremamente distruttivi con gli assalti delle fanterie, i granatieri assieme ai fanti tentavano di adattare il terreno alla difesa. Con pochissimi attrezzi da scavo, i soldati italiani scavarono sulla nuda roccia calcarea del Cengio delle rudimentali trincee, guarnite con dei muretti a secco costruiti con delle pietre trovate sulla montagna. Il poco reticolato a disposizione consentì lo stendimento di un unico filo spinato che, però, non riusciva a coprire l'intero fronte e, pertanto, alcuni punti dovettero essere lasciati scoperti. Vennero portati fuori dalla caverna due cannoni da 149 mm e posizionati proprio sul piazzale da dove contrastarono per qualche tempo gli assalti dei soldati dell'Imperatore. Peraltro, vennero ben presto ridotti al silenzio a causa della mancanza delle munizioni e perché non dovevano rivelare la loro presenza agli osservatori dell'artiglieria austriaca.

Gli attacchi portati a sinistra, contro la quota 1332, e a destra, contro la Val Barchetto e il Monte Barco, consentirono agli austriaci di conquistare alcune posizioni dominanti attorno alle quote del Cengio a strapiombo sulla Val d'Astico e a circondare e isolare dal resto dell'esercito italiano, l'intero settore del Cengio. Alcune mitragliatrici austriache ben posizionate, tenevano sotto tiro l'unica strada che congiungeva lo stesso settore con la Val Canaglia, interrompendo l'invio dei rifornimenti e costringendo granatieri e fanti italiani alla privazione di acqua, cibo e munizioni.

All'alba del 3 giugno un intenso bombardamento precede l'assalto dei soldati austriaci. Gli Schutzen del COl. Alpi, che avevano l'ordine di conquistare la quota 1363 del Cengio, smarrirono la strada nella folta vegetazione e alle ore 14 del 3 giugno 1916, giungendo dalla sottostante Val Silà, assalirono per errore la quota 1351, il piazzale sottostante e la galleria comando. Riuscirono ad aver ragione degli stremati granatieri e fanti italiani, ormai senza più munizioni e costretti a difendersi con le sole baionette, catturarono l'intero presidio italiano e conquistarono la quota trigonometrica del Monet Cengio.

ZONA SACRA

Dei 6000 granatieri che erano giunti in zona Cengio il 22 maggio 1916, la notte sul 4 giugno riparavano sul M.Pàu circa 1300 superstiti. Quando questi, pochi gironi dopo, sfileranno nuovamente per le strade di Marostica, la popolazione incredula e allibita rimarrà convintamente in attesa di una seconda colonna. Composta di morti, feriti e prigionieri, essa era rimasta lassù, sulle balze del Cengio, fra Treschèe Cesuna. Le perdite complessivamente registrate dalla brigata Granatieri di Sardegna, dai reggimenti di fanteria, 211°, 212°, 154° 142° e 144°, oltre ai militari di altre armi, fra il 29 maggio e il 3 giugno compreso furono le seguenti: ufficiali morti 51, feriti 112, dispersi 77; militari morti 1098, feriti 2482, dispersi 6444. Per un totale di 10264 uomini.

Si deve alla fede, al patriottismo ed alla tenacia dei Granatieri e delle popolazioni vicentine, se il ricordo degli eroi del Cengio è stato a noi tramandato sulla terra che fu teatro di una delle più sanguinose battaglie della fronte Tridentina.

Con legge 534 del 27 Giugno 1967 il Monte Cengio è stato dichiarato Zona Sacra.

GALLEIRA COMANDO

La galleria comando,situata alle pendici di quota 1351, costituiva anche l'ingresso alle caverne dove erano situati i pezzi d'artiglieria da 149 mm. I cannoni qui posizionati avevano il compito di ostacolare l'avanzata austriaca lungo la Val d'Astico e proprio la loro efficace azione costrinse i comandi austriaci a dover conquistare, nel più breve tempo possibile, il Monte Cengio.

Durante la battaglia del giugno 1916, i cannoni vennero portati all'aperto, sul piazzale dinnanzi all'entrata della galleria, da dove contrastarono, anche se solo per poco tempo, gli assalti dei soldati imperiali. Terminate le munizioni, rimasero inutilizzati.

Nella galleria il Cap. Federico Morozzo della Rocca, comandante del IV Battaglione del I Reggimento Granatieri di Sardegna, situò il comando del settore del Cengio. La caverna fungeva anche da posto di primo soccorso sanitario e qui vennero ammassati i feriti durante l'attacco risolutivo del 3 giugno. Ricordo il Te. Giacomo Silimbani, Aiutante Maggiore il II del Cap. Morozzo della Rocca:"Venni portato la posto di medicazione situato in caverna, già pino di feriti e posto in una barella. Fuori il combattimento era accanitamente impegnato ma io non sentivo che il frastuono confuso. Mentre un caporalmaggiore di sanità stava fasciandomi la seconda ferita, irruppero nella caverna gli austriaci ... Semisvenuto venni trasportato dagli stessi granatieri portaferiti, per ordine di un ufficiale austriaco, al poso di medicazione nemico e poi a Pedescala, presso una sezione di sanità".

QUOTA 1351 - SALTO DEL GRANATIERE

La quota 1351 pur non essendo la cima più alta del sistema montuoso del Cengio, è la cima principale del monte.

Proprio per la sua importanza tattica, era considerata dagli austriaci l'obiettivo principale dell'attacco del monte Cengio. Ai sui piedi i Granatieri stesero la liena difensiva principale e nelle sue viscere era situato il comando del Monte Cengio. Presa più volte di mira dall'artiglieria austriaca, fu aspramente contesa dai Granatieri nell'assalto finale del 3 giugno 1916, tanto da meritarsi il titolo di "Salto dei Granatieri" o "del Granatiere", a ricordo della disperata difesa. Scrisse il Gen. Pennella, comandante della Brigata Granatieri di Sardegna: "Si narrava già di aver veduto rotolare per le rocce strapiombanti sull'Astico nel furore dell'ardente lotta, grovigli umani di austriaci e granatieri!".

Questa la testimonianza dell'Asp. Franco Bondi, ufficiale del IV Battaglione del I Reggimento Granatieri di Sardegna: "Improvvisamente poi verso le 2 pomeridiane, il nemico ci assalì alle spalle e contemporaneamente anche di fronte, data la sorpresa e le condizioni disperate in cui mi trovavamo si svilupparono una serie di combattimenti singolari con bombe a mano e fucileria da parte del nemico e all'arma bianca da parte nostra ... Fui testimone oculare di ati di eroismo dei miei granatieri, e di quelli della sezione mitragliatrici che si trovava immediatamente alla mia destra, di cui un caporal maggiore, servente continuò a far fuoco coll'arma fino a che fu ucciso a baionettate sul pezzo e così pure le vedette, sorprese dall'attacco furono finite a baionettate".

LA GRANATIERA

Sul rovescio di quota 1363, inizia la mulattiera di arroccamento che collegava lo stesso caposaldo con quello di quota 1351 e che permetteva il controllo della Val Cengiotta e della sottostante Val d'Astico. La mulattiera, defilata alla vista degli austro-ungarici, permetteva il trasferimento celere e al coperte delle truppe da un settore all'altro del Cengio, pronte ad intervenire in caso di attacco austriaco. Per questo era provvista di cinque gallerie, con robusta massa coprente e adatte a fungere quale ricovero per le truppe in caso di bombardamento. Infine, per permettere alle truppe un rapido accesso alle linee difensive scavate a monte della mulattiera, erano state predisposte delle scale dalle quali accedere velocemente alle trincee superiori.

Al sentiero a strapiombo sullo scoscendimento marginale roccioso sud del Cengio è stato dato il nome di "Granatiera" a ricordo della Brigata Granatieri di Sardegna, che su queste alture difese le sorti della guerra e dell'Italia. Il tratto di sentiero di quota 1312 comprende la galleria principale, lunga metri 187 e di sezione metri 3 per 4, dove è stato anche costruito un serbatoio d'acqua in cemento della capacità di m cubi 130. La mulattiera doveva essere collegata alla Val d'Astico da una teleferica, che però non venne mai ultimata. I lavori in questione furono in gran parte opera del Comando Genio della 12^ Divisione e diretti dal Capitano Ignazio Pace.

SISTEMA IDRICO

Fortemente presidiato dalle truppe italiane e completamente privo d'acqua, il Monte Cengio fu tra le posizioni che per prime imposero la costruzione di un nuovo acquedotto che già nel gennaio 1917 potè funzionare fino a Malga Forcella. Completato in seguito per aumentarne le potenzialità, l'acquedotto del Cengio alimentò un'estesissima rete di tubazioni che si estendeva da Monte Barco e Monte Pannocchio verso la Val d'Assa fino a Cima Arde e, ad est, verso la Val Canaglia raggiungendo a nord l'abitato di Traschè Conca. Il dislivello totale di metri 1150 veniva superato con due stazioni di sollevamento. Dal torrente Astico l'acqua raggiungeva così il serbatorio in caverna della capacità di 150 mc situato lungo la "Granatiera" da cui veniva poi distribuita in tutta la zona. Una delle diramazioni più importanti raggiungeva Campiello dove si effettuava il rifornimento di molte truppe italiane dislocate nella zona meridionale dell'Altopiano.

QUOTA 1363

Il ridotto di quota 1363 rientra nel più ampio sistema difensivo messo a punto all'indomani della battaglia del Cengio. In particolare, il caposaldo di Monte Cengio era stato suddiviso in tre ampi sistemi difensivi: il primo attorno alla quota 1363, il secondo attorno alla quota 1351 ed il terzo attorno alle quote 1356 e 1332. Tutte e tre i sistemi consentivano di fiancheggiare efficacemente il sistema laterale. Per questo ciascun sistema poteva contare su postazioni in pozzo per mitragliatrici, postazioni in caverna, camminamenti di raccordo. Per quanto concerne la quota 1363, la sensibile elevazione della quota, la maggiore del nodo montuoso del Cengio, rendeva la posizione un luogo particolarmente favorevole ad essere attrezzato come ridotto difensivo. Per tale ragione vennero scavate trincee a corona della quota, rivolte soprattutto verso occidente e verso nord, collegando la postazione con le trincee di Val Barchetto e Monte Barco.

Per difendere poi l'intero settore da un eventuale attacco da ovest, venne costruita una cannoniera che poteva ospitare 4 pezzi da 70 mm da montagna, avente come obiettivo la testata di Val Silà. Le due linee trincerate di quota 1363, quella che si collegava con la linea di Val Barchetto e quella che aveva il suo centro nella cannoniera, vennero chiamate rispettivamente "difesa bassa" e "difesa alta". Tutta la posizione era difesa da un duplice ordine di reticolato.

GALLEIRA CANNONIERA

Postazione con quattro cannoniere per altrettanti cannoni da montagna da 70 mm con direzione di tiro verso la testata della Val Silà. La postazione venne costruita tra la primavera e l'estate del 1917 dal Drappello Autonomo 2^ Compagnia Minatori appartenente al Comando del genio del XXVI Corpo d'Armata sotto il comando del Ten. Cardillo.

La galleria di accesso, della larghezza media di 2 m, sviluppa una lunghezza di circa 74 m. Su di essa si affacciano 4 caverne/deposito per munizioni della profondità di 3 m. Il fronte della batteria sviluppa invece una larghezza complessiva, escludendo la galleria laterale di accesso all'osservatorio, di circa 24 m.

La batteria chiudeva ad est il complesso sistema difensivo del caposaldo del Cengio che si collegava poi all'adiacente caposaldo di Monte Barco.